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Ansia

Non hai potuto dirgli addio? Non è troppo tardi

di Dott.ssa Laura De Clara · 1 novembre 2026

Non hai potuto dirgli addio? Non è troppo tardi

L'articolo esamina la complessa elaborazione del lutto riguardo ai decessi avvenuti per Covid e nel periodo di isolamento durante la pandemia.

Una porta chiusa C'è chi ricorda ancora il numero di telefono del reparto. Chi ha ricevuto la notizia da una voce sconosciuta, alle tre di notte. Chi ha visto il proprio padre l'ultima volta sullo schermo di un tablet tenuto in mano da un'infermiera, con la mascherina e gli occhi stanchi. E chi non l'ha visto affatto. Tra il 2020 e il 2021, in Italia, decine di migliaia di persone sono morte in ospedali e RSA chiusi alle visite. Molte famiglie non hanno potuto tenere una mano, dire una parola, scegliere i vestiti per l'ultimo viaggio. I funerali, quando c'erano, si facevano in dieci, a distanza, a volte senza nemmeno la bara davanti. Sono passati sei anni. Il mondo è andato avanti. Ma per molti quel saluto mancato è rimasto lì, sospeso, come una frase interrotta a metà. Cosa dice la ricerca Non è solo un'impressione. Già nel 2020 un gruppo di ricercatori olandesi guidato da Maarten Eisma, dell'Università di Groningen, ha confrontato il dolore di chi aveva perso una persona cara per Covid-19 con quello di chi l'aveva persa per cause naturali o per morte improvvisa e violenta. Lo studio, pubblicato sul Journal of Affective Disorders e indicizzato su PubMed, ha trovato che il lutto acuto dei familiari delle vittime del Covid era più intenso di quello legato alle morti naturali, e paragonabile a quello che segue incidenti, suicidi o omicidi. In altre parole: anche quando la persona era anziana o malata, il modo in cui è morta — isolata, all'improvviso, senza i gesti che di solito accompagnano la fine — ha reso quel lutto simile a un lutto traumatico. Gli stessi autori, in lavori successivi, hanno avvertito che una parte di queste persone rischiava di sviluppare un disturbo da lutto prolungato, la condizione oggi riconosciuta sia dal DSM-5-TR sia dall'ICD-11: un dolore che dopo molti mesi resta intenso, invalidante, e non accenna a trasformarsi. Perché fa ancora male Il saluto non è un dettaglio. È il momento in cui la mente comincia ad accettare che qualcosa è finito. Vedere il corpo, toccare una mano, partecipare a un rito: sono passaggi che aiutano a rendere reale la perdita. Quando mancano questi passaggi, la morte resta in qualche modo astratta, quasi irreale. Molte persone raccontano di aspettarsi ancora una telefonata, di non riuscire a crederci davvero. A questo si aggiunge il senso di colpa. “Avrei dovuto insistere per entrare”, “Avrei dovuto portarlo a casa.” “L'ho lasciato morire da solo.” sono pensieri che tornano in loop, soprattutto nei momenti di vulnerabilità e che hanno una caratteristica precisa: si basano su scelte che in quel momento non erano possibili. Le regole, la paura del contagio, l'emergenza negli ospedali decidevano al posto nostro. Ma il dolore non ragiona con il senno del poi; si aggrappa a ogni se. C'è poi la solitudine. Nel 2020 tutti stavano piangendo qualcuno, o avevano paura per sé. Il lutto individuale si è perso nel lutto collettivo: pochi abbracci, poche visite, quasi nessuna condivisione di persona. Quando la vita è ripartita, in fretta, chi soffriva ancora si è sentito fuori tempo, quasi in dovere di aver già superato tutto. E così molti hanno smesso di parlarne, lasciando il dolore a lavorare in silenzio. Si può salutare anche dopo La buona notizia è che il saluto non ha una data di scadenza. Chi lavora con il lutto lo sa: certi gesti possono essere fatti anche anni dopo, e funzionano lo stesso. Si può scrivere una lettera in cui mettere tutto quello che non si è potuto dire, non sempre serve spedirle, le lettere, a volte basta scriverle. Si può organizzare una messa di suffragio, una cena con le persone che conoscevano la persona, una visita in un luogo che amava. Il funerale che è mancato si può, in parte, recuperare. Una delle armi più potenti è sicuramente la parola: raccontare come è andata, anche nei dettagli più duri, a qualcuno disposto ad ascoltare senza fretta. Il racconto aiuta la mente a riordinare quello che è successo. Ricordiamoci di essere amici di noi stessi: cosa direi a un amico che si accusa come mi accuso io? Quasi sempre la risposta è più benevola di quella che ci diamo da soli. E quando, a distanza di tempo, il dolore occupa ancora gran parte delle giornate, impedisce di lavorare, di dormire, di provare piacere per qualcosa, è importante chiedere aiuto. Esistono psicoterapie pensate proprio per il lutto prolungato, con buoni risultati. Rivolgersi a uno psicologo non significa dimenticare chi non c'è più: significa trovare un modo di portarlo con sé che non faccia più così male. Una frase da finire Sei anni dopo, il Covid è diventato per molti un ricordo lontano. Per altri è ancora quella porta chiusa, quel corridoio, quella telefonata. Non c'è niente di sbagliato nel sentire ancora dolore. Quella frase interrotta a metà si può ancora finire, con le proprie parole e con i propri tempi. Non si tratta si chiudere un capitolo, ma di poterlo finalmente rileggere senza sentirsi in colpa.

Il congedo mancato: il lutto sospeso degli anni del Covid

Eisma MC, Tamminga A, Smid GE, Boelen PA. Acute grief after deaths due to COVID-19, natural causes and unnatural causes: An empirical comparison. Journal of Affective Disorders, 2021; 278: 54–56. Cerca su PubMed
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